Prontuario antidogmatico

Come combattere i luoghi comuni sul calcio di Allegri

Scritto da Fabio Villani  | 

 
Il day after Ajax-Juventus lascia varie ripercussioni, non esagerate (quasi isteriche) al livello del post Wanda Metropolitano il 20 Febbraio ma comunque rumorose a sufficienza da poter far tornare il dibattito sulla Juventus, su Allegri e il suo calcio.
 
Trovo ancora, come al solito, molto fastidiosa l'esigenza di una narrazione romantica da parte di una buona parte di giornalismo sportivo italiano da molto tempo a questa parte. Narrazione che, ovviamente, si ritrova pari pari puntualmente in ogni angolo di mondo: tra amici al bar, in un podcast, in un circolo privato.
 
Qui troverete un semplice prontuario per combattere i luoghi comuni più gettonati sulla Juventus di Massimiliano Allegri, i suoi protagonisti, il suo modo di allenare.
No, non lo faccio per fare una critica aprioristica nè per voler gettare per forza del fango sull'allenatore della mia squadra del cuore. Lo faccio semplicemente perchè credo sia possibile pensare il calcio in una maniera differente e perchè penso sia ora di dire basta alle etichette e ai giudizi superficiali su questa squadra.
 
L'irrinunciabile
 
Avanti, ammettetelo: quante volte nel corso di un tg sportivo, di un talk show al lunedì sera, di un prepartita di Rai/Sky/Mediaset avete sentito la frase "a Mandzukic non si può rinunciare"?
Mi capita di ascoltarla anche durante il 90% delle telecronache stesse, con un'eccezione (benedetta eccezione): quando al commento tecnico trovo Lele Adani o Giancarlo Marocchi.
Attenzione: non ho detto che Mandzukic deve categoricamente essere un panchinaro della Juventus, non deve mai più giocare titolare e non può essere considerato un giocatore importante. 
Semplicemente questo dogma dell'irrinunciabilità di Mario Mandzukic è solo una convinzione del calcio di Massimiliano Allegri. Una scelta.
Dovuta allo status? Dovuta alla presenza importante che il giocatore croato ha all'interno nello spogliatoio? Dovuta alla sua fisicità? Tutto altamente probabile. Ma rimane una scelta deliberata, soprattutto se parliamo della Juventus di Ronaldo che nel reparto d'attacco può vantare tra le proprie fila giocatori del calibro di Bernardeschi, Dybala, Douglas Costa e anche dell'enfant prodige Moise Kean.
Si può giocare a calcio anche senza Mario Mandzukic: lo fanno tante squadre europee ottenendo anche dei discreti risultati sportivi, lo ha fatto il Bayern dopo averlo ceduto, lo ha fatto l'Atletico Madrid dopo averlo ceduto. Lo farà la Juventus quando deciderà di farne a meno. Si può fare calcio anche rinunciando alle sportellate, si può fare calcio cercando più scambi nello stretto, si può fare calcio attaccando la profondità (quella che può darti Moise Kean). Si può fare calcio anche rinunciando alle spizzate, al crossing game sfrenato, al calcio d'inizio con lancio lungo di Bonucci alla ricerca del colpo di testa di Mandzukic servito sulla sinistra.
Parlare di irrinunciabilità (non di titolarità, attenzione) per un teorico centravanti che ha all'attivo 9 gol in 32 presenze complessive e più 2570 minuti giocati mi sembra quantomeno un'esagerazione.
 
Dottor Jekyll e mister Hyde
 
Con questo argomento ho aperto la puntata di LiveBianconera di ieri sera post Ajax-Juventus. Trovo davvero ridicolo continuare a pensare che la Juventus vista nel ritorno contro l'Atletico Madrid (ma potrei continuare con la lista mettendoci dentro il ritorno col Real dello scorso anno, la grande partita fatta in casa del Bayern del 2016) sia una prestazione standard di questa squadra. Non lo sono, sono prestazioni dovute ad una situazione di punteggio particolare (per non dire disperata) di una squadra che tira fuori la rabbia, la cattiveria agonistica ma soprattutto non fa calcoli solo e soltanto quando è messa spalle al muro. Non è la normalità, non è una partita nelle corde di una squadra allenata e pensata per gestire i momenti della partita anche all'interno dei 90 minuti stessi e colpire con il colpo di genio dei grandi campioni presenti nella nostra rosa. Non esiste alcuna metamorfosi, non esiste alcuna quadra o redenzione di Allegri al cospetto di un calcio che non è il suo.
La partita che ieri ha giocato la Juventus va molto più vicina all'idea che Allegri stesso ha del calcio e della sua squadra, rispetto a quella vista il 12 Marzo scorso allo Stadium.
E lo sarà, spero (e credo) con semifinale portata a buon termine, anche tra 6 giorni, sempre a Torino tra le mura amiche.
 
Il bastone e la carota
Capisco perfettamente la rabbia del tifoso per quanto riguarda la partita di Cancelo ieri sera. Una prestazione che ha visto il giocatore portoghese mandare al gol il suo compagno di nazionale più illustre e regalare, con un pallone sbagliato in uscita, il gol del pareggio dell'Ajax. Una prestazione che definirei superficiale.
Posso capire anche la rabbia provata dal tifoso per l'atteggiamento tenuto in campo da Dybala nei 20 minuti in cui ha giocato.
Sono assolutamente contrario, però, alle panchine punitive e al trattamento quasi da caserma militare che si ha con questi giocatori dallo spiccato talento tecnico.
Questo è un pensiero molto frequente anche all'interno della nostra tifoseria, che storicamente (per di spirito di conservazione?) preferisce i grandi gregari ai giocatori di talento (spesso bistrattati, poco perdonati se sbagliano una prestazione, definiti viziati o peggio ancora fighette se si permettono di fare una partita sottotono).
Credo che però, a lungo termine, questa non possa essere la giusta soluzione per una squadra che vuole vincere l'agognata terza Champions League della sua storia ultracentenaria: una competizione nella quale la scelta di assemblare più talento possibile risulta sicuramente più vincente rispetto a quella di autocastrarsi per motivi difensivi o equilibri da mantenere.
In più, se scendiamo nel personale, credo che questi giocatori debbano essere in qualche modo coccolati, fatti sentire importanti, dentro il progetto tecnico della Juve. Sicuramente non mortificati. Non dimentichiamoci che, se discutiamo di Cancelo e Dybala, parliamo pur sempre di calciatori rispettivamente di 24 anni (il portoghese, al primo anno di Juventus) e 25 anni (l'argentino numero 10). Non giovanissimi ma nemmeno nel prime della loro carriera.
Come dicevo prima, è una scelta. Credo che il compito di un grande allenatore, di un grande gestore (se vogliamo usare termini che alla nostra stampa piacciono tanto) debba preservare molto di più la qualità rispetto alla quantità.
Altrimenti più che un grande gestore di uomini, possiamo sempre definire Allegri come un gestore dei suoi uomini. È una scelta, non un dogma. Non una verità assoluta.

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