C'era una volta ad Agnelliland

Quando la Juve smise di fare la Juve

Scritto da Fabio Villani  | 

 

"Non deve essere una partita a influire sul bilancio. Si faranno delle analisi per ripartire con rinnovato entusiasmo"

 

Mi dispiace ma oggi verrete delusi: niente editoriale incazzato, niente ricerca dei colpevoli a buon mercato, niente scoop sensazionali, voci di corridoio che raccontano l'ascesa della corrente Nedved in sfavore della corrente Paratici e di un duello rusticano tra i due, con Agnelli che svolge il ruolo di arbitro supremo all'alba.

Se eravate interessati a quel racconto, a quel sensazionalismo fatto giornalismo sono certo che in questi giorni pre-ferragostani troverete di meglio.

Non appartenendo a quella sfera di persone preferisco raccontarvi una fiaba.

 

C'era una volta ad Agnelliland, una squadra di calcio. Vincente, organizzata, affamata, alla ricerca di superarsi anno dopo anno attraverso una mirata programmazione, seguendo sempre le direttive societarie: un occhio al bilancio, un occhio agli obiettivi sportivi.

Perchè crescere va bene, ma guai a fare passi più lunghi della gamba seguendo esempi vincenti nel breve-brevissimo periodo e poco virtuosi nel lungo. Soprattutto in regime di fair play finanziario.

Quindi va benissimo Bonucci preso da Bari, l'occasione della vita Andrea Pirlo, l'affarissimo Andrea Barzagli, due giovani ritrovati a pienissimi giri come Chiellini e Marchisio, la grinta di Vidal, le sgroppate di Lichtsteiner e i primi scudetti marchiati Antonio Conte.

Per il primo salto di qualità niente follie ma il giusto compromesso tra qualità e prezzo: quel Carlitos Tevez in rotta con il City potrebbe fare al caso nostro. L'ingaggio è più alto rispetto a quello di Quagliarella, ma il cartellino è ampiamente alla nostra portata. Avrà un caratteraccio ma sarà una soddisfazione rimetterlo in piedi, alla faccia di quel Galliani che un anno e mezzo prima si era pure fatto beccare in un ristorante con lui, senza portare a termine l'operazione per colpa della figlia di Berlusconi e di Pato. 

E se qualcuno non riesce a capire questa nostra politica fatta di oculatezza e rigore, può tranquillamente andarsene altrove. Anche se ha fatto il capitano per 10 anni da giocatore ed è stato il condottiero, trascinatore per 3 anni. Da allenatore. Tutti importanti, nessuno indispensabile. La Juve prima di tutto.

Dunque ben venga Allegri: pacato, rilassato, un discreto cazzone ma che sa fare gruppo. Sa parlare con chi conta davvero nello spogliatoio (leggasi voce BBC) e ai campioni non rompe esageratamente le palle. Anche perchè di ego da gestire non ce ne sono tantissimi. Son tutti bravi ragazzi, hanno vinto insieme e vogliono dimostrare che possono vincere anche senza colui che calcisticamente li ha creati o li ha ripresi dal dimenticatoio.

Questione di stimoli, fame, carattere.

Arrivarono vittorie su vittorie: scudetto, Coppa Italia ma anche una prima finale di Champions dopo una cavalcata inaspettata, bellissima.

E adesso?

Niente paura, ricordatelo ancora: siamo la Juve. Un modello virtuoso. E dai gloriosi anni '90, anni in cui tutti ci hanno visto sollevare il mondo intero, sappiamo bene la vera lezione: è giusto salutarsi quando si è sul tetto dei grandi.

Ciao Arturo, ciao Andrea, ciao Carlitos. 

C'è Pogba che scalpita per avere un ruolo da padrone assoluto del centrocampo, c'è questo argentino che viene dal Palermo che ci sembra bravino e c'è un tedesco che ha appena deciso di non rinnovare col Real Madrid che non avrà la grinta di Arturo, ma di macchine non ne sfascia ed è dotato di grande intelligenza tattica che puo' fare al caso nostro: squadra che vince si cambia.

In più con i ricavi della Champions possiamo finalmente permetterci di toglierci un piccolo lusso: Alex Sandro. Lo vuole mezza europa e ha fatto benissimo col Porto. Per completare la rosa qualche scommessa: Zaza dalla provincia italiana, Lemina dal Marsiglia. Se vanno bene possiamo dire di averci visto lungo, se andranno male sono giocatori giovani, quindi facilmente rivendibili.

Virtuosità, sempre.

Altro scudetto, altra Coppa Italia, cavalcata in Champions interrotta da una squadra più forte che, diciamocelo, si è cagata addosso per sessanta minuti. Tra la sua gente.

Ma cosa fare ora che le aspettative sono alte? Ora che anche gli avversari in Italia sembrano poter far bene con un budget inferiore al nostro e qualche idea interessante? Dobbiamo rivedere qualcosa del nostro modello virtuoso? Come possiamo mantenere a tutti i costi la nostra egemonia italiana e allo stesso tempo avere una possibiiltà concreta di alzare questa maledetta Champions League?

Cosa fare con quel gioiellino francese e il suo agente ora che mezza Europa ce lo richiede? E soprattutto cosa fare, una volta ceduto il gioiellino alla squadra più ricca del globo, di quella cifra mostruosa appena incassata?

Siamo la Juventus, seguiremo ancora una volta il nostro modello: giovani, affamati, da lanciare. Potremmo rifare ancora ua volta l'ossatura di una grande squadra. Ha funzionato sempre, funzionerà ancora e vissero tutti felici e contenti.

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Purtroppo le fiabe sono modelli di letteratura fantastica e spesso sono scritte con la semplice missione di insegnare ai bambini a crescere attraverso una morale, delle lezioni di vita.

Purtroppo la realtà è più complessa delle fiabe. 

La nostra ad esempio non andò a finire esattamente così: la cifra presa da Paul Pogba fu quasi interamente re-investita in un ottimo attaccante, tra i migliori della sua generazione, ma più vicino ai 30 che ai 20 e con discreti problemi di peso (tanto da essere stato chiamato a più riprese chiattone dal proprio presidente). 

Il tutto contravvenendo a due regole principali dello sport professionistico:

- Guai a scambiare un atleta giovane con un atleta più vecchio

- Guai a scambiare un atleta giovane con un atleta più vecchio soprattutto se quello vecchio costa molto di più (circa 36 milioni di euro di costo annuo).

 

La Juventus costruì un instant team e andò in finale.

E perse, malamente.

Molto più di quanto fosse preventivato alla vigilia.

A differenza della prima finale, non rifece la squadra cambiando l'anima e l'ossatura, non cambiò neanche l'allenatore nonostante avesse già dato tutto quello che era possibile dare: confermò tutti, tranne Bonucci.

E con i soldi della finale raggiunta, per seguire i dettami dell'allenatore che voleva finalmente puntare sul 4231 prese Bernardeschi (flop), Douglas Costa (bravo fino a quando è stato in piedi, successivamente flop), De Sciglio (de che stamo a parlà?), Matuidi (altro 30enne della rosa)

Per poi passare al 433 dopo poche giornate di campionato.

L'attaccante vicino ai 30 diventò un albatross che dopo un giro a Milano e uno a Londra tornò a svernare a Torino perchè non ne volle sapere di andarsene.

Dopo un anno di eslio al Milan tornò addirittura Bonucci, in più non riuscimmo a salutare nemmeno il pluri 40enne Buffon dopo la festa commovente al suo addio, anche per lui un anno di esilio (dorato, al PSG) e ritorno: certi amori non finiscono, fanno giri immensi e poi ritornano. Perchè negare anche il suo, di ritorno?

Nel frattempo fioccarono rinnovi, rinnovi a profusione.

In più, per aver finalmente aver dimostrato di aver capito la lezione, venne il più forte di tutti. L'uomo copertina, l'uomo da 30 milioni di ingaggio netti.

L'uomo che potrebbe pure cambiare i destini di una squadra intera, peccato che qui dopo aver seguito sogni di gloria grazie ai virtuosismi di cui sopra e accarezzato la vetta con un Instant team, la squadra, quella squadra lì...non c'è più. C'è solo la copertina, bella da vedere ma oggi un grosso lusso.

Sono rimasti solo i contratti e il palmares. Fogli di carta. Componenti che non scendono in campo, che non hanno fame, non hanno voglia di lanciarsi o rilanciarsi. Hanno già fatto quello che dovevano fare.

Ed è rimasto solo un nuovo allenatore: preso per mettere in piedi un nuovo progetto, si, ma con quelli che c'erano prima.

E con il presidente che non solo non strizza mai l'occhio verso il nuovo che avanza, ma che se fosse dipeso da lui forse avrebbe proseguito addirittura con quello che c'era prima, anche se passano gli anni, gli stimoli e la voglia di dimostrare qualcosa a qualcuno.

 

Tanti auguri al prossimo che verrà, se verrà un prossimo. Avrà bisogno di fortuna, un ambiente che non scleri dopo una stagione in cui c'è stata una pandemia globale e anche di un più che discreto ringiovanimento della rosa.

Che non vuol dire richiedere la rivoluzione quando sei al capolinea, ma farla quando sei sul tetto e puoi solo cadere per terra e schiantarti.

Fosse l'entusiasmo, il problema...

 


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