La sconfitta più grande

Sfogo di un tifoso

Scritto da Fabio Villani  | 

Massimiliano Allegri (AFP)

Non vivo l'esperienza della vittoria della mia squadra del cuore come un vessillo da mostrare in pubblico, con arroganza. Certo è una sensazione bellissima. Soprattutto una vittoria da underdog, in quegli attimi (anche ripensando a tutta la cavalcata) hai una sensazione davvero di invincibilità.
Come se tutti i tuoi pensieri, tutto lo stress della tua vita quotidiana non esistessero più. Esisti solo te, la tua squadra del cuore, la vittoria, il significato di quella vittoria. Il legame che ti lega a quella squadra, a chi ti ha avvicinato ad essa. Quello che hanno ottenuto gli idoli per il quale fai il tifo, le sensazioni che hai provato tu, giorno dopo giorno, ora dopo ora, mentre cullavi questo sogno vincente.

Non vivo l'esperienza della sconfitta come una macchia da penare, si può essere nobili anche nel perdere. So che in questo paese è dura accettarlo, soprattutto culturalmente, ma c'è onore anche nella sconfitta. Dipende dal contesto: il tuo valore tecnico, quello dell'avversario, i valori economici messi in campo, quanto prodotto da entrambi i lati. Soprattutto in uno sport episodico (ma non semplice come qualcuno ama farci credere) come il calcio.

Non credo che un tifoso si debba mai vergognare di una sconfitta. Questo è un sentimento che non condivido, non fa parte del mio modo di vivere lo sport.

Non mi sono vergognato a Manchester, Berlino, Cardiff. Non mi sono (e non ho nulla di cui vergognarmi) nemmeno stasera. Non credo che Allegri o qualunque calciatore sceso in campo stasera si debba vergognare. Stiamo pur sempre parlando di una partita di calcio. I fatti della vita per cui vergognarsi sono altri.

La sconfitta che mi porto dentro è ben diversa, non deriva da oggi nè da ieri.

La vera sconfitta che provo internamente non è essere uscito dai quarti di finale di Champions League contro l'Ajax di Ten Hag. Nè di non aver visto mai vedere vincere la Champions League alla Juventus, la mia squadra del cuore.

Avevo 6 anni quando Gianluca Vialli alzava quel trofeo in quel di Roma, non seguivo il calcio. Non lo capivo. Qualcuno potrebbe giustamente fare ironia su quanto ne capisca ora!

Quello che provo alle 4.45 (orario in cui sto scrivendo tutto questo) è diverso: provo il sapore della sconfitta se ripenso a come è stato svilito il dibattito calcistico in questo paese, da questa tifoseria, dai media che ci ronazano attorno.

Provo il sapore della sconfitta se penso che per anni mi sono sentito dire che "giocare bene a calcio e vincere sono due cose diverse". Come se i due concetti fossero in contrapposizione. 
Come se fosse un vanto giocare male.

Provo il sapore della sconfitta quando capisco che negli ultimi 3 anni non ho mai sentito parlare di calcio funzionale alla qualità della rosa che la Juve ha a disposizione, con investimenti aumentati anno dopo anno dopo anno.

E ho visto allenatori che con mezzi incredibilmente inferiori a quelli che ha in mano Allegri hanno perso (anche partite o competizioni in cui Allegri non c'entrava proprio nulla!)  presi in giro e sviliti. Trattati come dei signori nessuno solo perchè hanno provato a far giocare bene le loro squadre! Dare loro un sistema di gioco ben preciso, dei meccanisi ben oliati. Incredibile, vero?

Provo profonda amarezza sentir parlare di mercato, di nomi da acquistare (oggi, ad Aprile!) a centrocampo, in difesa, addirittura in attacco (per sostituire quelli che già ci sono).
Come se il mercato fosse la soluzione a tutti i nostri problemi.

Come se questa squadra fosse composta, all'interno della sua rosa, da giocatori inadeguati. 

Non mi fa male non aver vinto la Champions con Ronaldo, tra poco ricorderemo ancora gli eroi del 1996. Sarà passato un altro anno, che sarà mai un altro anno?

Nello sport, alla fine, è bello anche illudersi che possa essere la prossima la stagione giusta, quella in cui alzerai quella maledetta coppa.

No, a me fa male altro. A me fa male il pensiero che venerdì prossimo potrei riascoltare Allegri parlare di cavalli. Di gestione, di equilibri da mantenere.

Fa male da morire pensare che il prossimo anno, se fosse confermato, potremmo stare ancora a discutere di come la Juve a Marzo-Aprile si trasformi. Quante volte abbiamo sentito questa barzelletta?

Lo scorso anno stavamo per uscire per mano del Tottenham (e non potevamo recriminare un bel nulla) agli ottavi di finale. Quest'anno abbiamo dovuto compiere un'impresa sportiva per ribaltare il punteggio di una gara preparata in maniera scandalosa al Wanda Metropolitano (grazie ancora, Cristiano). E non dimentichiamoci l'elenco degli infortuni (muscolari e non) che questa squadra ha avuto nelle ultime stagioni, proprio nei momenti clou dell'anno.

Peggio della sconfitta è stato vivere l'ennesima vigilia di Champions sui canali d'informazione, talk show sportivi di ogni tipo. Nessuno di questi ha mai parlato di come attaccare la retroguardia olandese, come gestire il possesso, se la Juventus fosse pronta a fare una partita diversa (giocando più palloni a terra, cercando la soluzione nello stretto), se la nostra uscita da dietro fosse adeguata per un quarto di finale di Champions League.  No, ho sentito parlare solo di magate, Allegrate, riti vodoo. Come se il calcio fosse diventato uno di quei carrozzoni da tv locale degli anni '90 e Allegri al posto di preparare la squadra consegnasse le mitologiche bustine di sale da cucina come un do Nascimento qualsiasi. 

Il calcio trattato come scienza del paranormale. Il calcio è semplice, d'accordo? (Cit.)

No, non mi fa male la sconfitta. Mi fanno male gli slogan. Vorrei che si ritornasse semplicemente a parlare di calcio. E a guardarlo, con entusiasmo, il calcio.

A Torino negli ultimi 24 mesi in molti lo hanno dimenticato cosa sia, in fondo, il calcio.


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