In onore di Giuseppe Marotta detto Beppe

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Di Amnesyach

Otto anni di Marotta, sette anni di trofei. Non sarà facile dare l’addio a uno dei dirigenti più importanti e vincenti della nostra storia sportiva, ma è lui stesso che in queste stagioni di grandi cambiamenti ci ha insegnato che la vita va avanti e se c’è un momento in cui bisogna cambiare è proprio mentre si vince, per poter vincere ancora. Agnelli sa cosa serve, prima di fare la fine di altri club che, per eccessiva riconoscenza o mancanza di coraggio, non hanno osato rinnovarsi e le cui proprietà e dirigenze, seppur con passati vincenti, hanno finito col risultare indigeste alle rispettive tifoserie.

L’inizio non fu dei più brillanti, ce lo ricordiamo tutti, molteplici le difficoltà ereditate dalla precedente gestione. Ma con quanto si è costruito nei successivi sette anni, si è entrati nel mito.
Tanti i grandi colpi, tante le intuizioni, ma forse il modello gestionale di Marotta iniziava a diventare un po’ stretto per gli orizzonti che si è prefissato Andrea Agnelli. Non più tardi di due settimane fa, infatti, il Presidente bianconero rilasciava un’intervista al Financial Times in cui affermava di voler portare il club a essere il numero uno al mondo e pianificare uno dopo l’altro i prossimi passi per riuscirci. In questo senso, già da quest’estate c’era stata l’impressione, per lo meno da parte di chi scrive, che la figura di Marotta fosse stata un po’ scavalcata. L’affare Ronaldo non c’entrava nulla con le classiche operazioni marottiane, tant’è che nell’immaginario collettivo ha assunto notevole fascino il volo di Andrea Agnelli verso la Grecia per siglare l’accordo col campione portoghese. Mai il Presidente si era mosso in prima persona per chiudere direttamente un affare (certamente a pesare è anche la caratura del campione in questione).

In queste ore si è letto anche del possibile addio di Fabio Paratici, ma appare un’opzione alquanto fantasiosa e smentita dallo stesso Agnelli in Lega calcio. L'ambito prettamente sportivo non si tocca.
Peraltro la Juventus presentava una sorta di anomalia gestionale, col doppio amministratore delegato, uno più per la parte sportiva, Marotta, e uno più per la parte finanziaria, Mazzia. Si vorrà snellire la macchina burocratica bianconera.. Marotta non apparteneva né all’una né all’altra, o apparteneva a entrambe. Col livello di fatturato attuale, una figura del genere può anche non servire più. Inoltre, senza voler in alcun modo sminuire l’operato di Marotta, le vere intuizioni in questi anni sono arrivate dall’uomo dietro le quinte, Fabio Paratici, che ha ottenuto una meritata promozione.

Ad Agnelli l’Italia sta stretta, strettissima. Ha fame. È ambizioso. Non che Marotta non lo fosse, ma forse la sua visione di rapporti e scambi di favori con provinciali italiane, acquisti di giovani e plusvalenze per gonfiare il bilancio non servono più ora che si mira al dominio dell’Europa. Probabilmente Marotta è stato il miglior dirigente che potessimo avere per riemergere dagli anni liquidi della post-Serie B. Ora che siamo il quinto club europeo, secondo il ranking Uefa, e vogliamo aumentare esponenzialmente il fatturato, forse serve altro. Compito esaurito. Triste ma vero. Il mondo del calcio è spietato, brucia tutto a velocità supersoniche, ma chi si presta a questo gioco conosce le regole in partenza. Marotta le conosceva e si è fatto da parte da signore.

Vedremo se il tempo darà ragione ad Andrea Agnelli come ha sempre fatto in questi anni. Per il resto, non rimane altro da fare che ringraziare Giuseppe Marotta detto Beppe per questi anni fantastici e indimenticabili. Manteniamo il ricordo intatto, diciamoci adesso addio.


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